Sono io che me ne vado - Violetta Bellocchio

Faq

Questo romanzo è autobiografico?
No.

Perché l’hai ambientato in Versilia?
Perché non ci sono nata, ma ci passo metà del mio tempo. Perché è un posto dove cambia tutto nell’arco di cinque chilometri. Perché puoi traslocarci e non conoscere nessuno, per anni, se è questo che vuoi. Perché lì niente di bellissimo o bruttissimo dura mai troppo a lungo. E perché è l’unica parte d’Italia in cui, se arrivi a un bivio e sbagli strada, entro la prima curva trovi un vecchio con un forcone in una mano e un coniglio scannato nell’altra che ti guarda passare sghignazzando.

Storia vera?
Storia vera.

Dove abiti?
In una piccola città chiamata Non Sono Affari Tuoi.

Non fa ridere.
Hai ragione, col doppiaggio si perde sempre qualcosa.

Hai mai gestito un bed and breakfast?
No, e dubito che dopo questo libro qualcuno mi darà i soldi per aprirne uno. Però da ragazza ho fatto le pulizie in un ostello della gioventù. A Berlino. E’ stato il mio quarto d’ora di celebrità.

Hai mai avuto un “lavoro spiritualmente degradante”?

Dipende dai punti di vista.

Sei mai stata dipendente da qualcosa?
… avrei scritto un libro simile se non avessi avuto, come dire, conoscenza ricca e diretta dell’argomento?

Fammi indovinare.

Dai, lo sanno tutti.

A Monteggiori ci sono i vampiri. Vero o falso?
Verosimile.

Jenny Wright è scomparsa? Sul serio?
Per quanto ne so, sì. Non gira un film dai primi anni ‘90 e nessuno può dire con sicurezza di averla vista o incontrata da allora. Ma se fosse morta ne avremmo avuto in qualche modo notizia. Di conseguenza, tutto quanto c’è nel libro riguardo a lei è stato scritto in assoluta buona fede.

E se poi invece torna ?
Guarda un po’. E’ tornata.

Questo romanzo è autobiografico?
Non molto.

Sei tu la ragazzetta in copertina?

Buffo che tu me lo chieda proprio adesso. No, non sono io. E’ una foto pescata da Getty Images, trattata e rifinita dal brillante illustratore che ha curato il progetto grafico, Manuele Scalia. Se vuoi conoscere il suo lavoro puoi fartene un’idea qui.

A maggio 2009 fanno vent’anni da quando gli Stone Roses sono usciti col primo disco. Il fatto che sia proprio il primo disco degli Stone Roses a punteggiare tutto il libro è voluto?
Fino a un certo punto. Ho cominciato a lavorarci nell’agosto del 2007: il disco si è imposto molto rapidamente come colonna sonora interiore di quello che stava succedendo ai personaggi, e via via ha preso posto anche nella loro vita reale, presente o passata. E’ stato un disco importante sia per Layla sia per Sean, anche se nell’ ‘89 nessuno dei due era abbastanza grande da ascoltarlo in presa diretta. Per il resto, non sono mai stata una fan ossessiva degli SR, e a tutt’oggi conosco molto poco della loro biografia. (Per dire: tu lo sapevi cosa fa adesso John Squire? Io non lo sapevo.) La coincidenza tra le uscite di disco e libro, invece, è uno scherzetto che ci ha tirato il buon Dio.

Sei religiosa?
Non sono cristiana, se è questo che intendi.

Hai detto la parola con la D.
Ok. Credo che nessuna cattiva azione resti impunita. Credo che qualcuno ci tenga d’occhio. Credo che sia molto difficile perdonare le colpe altrui fino in fondo, o espiare le proprie, o contenere i malumori con cui siamo nati. E non ho altro da dire sull’argomento. Anche perché nessuno me lo chiede.

Quando parla del suo amico Sean, Layla usa spesso la definizione “il diurno”. Io ho capito da dove viene, però lì aveva un significato completamente diverso. E’ un errore o che?
Prima di tutto, congratulazioni. Sei la prima persona che se ne accorge. Datti una grossa pacca sulla spalla da parte mia.
Andando avanti – no, non è un errore. Che Sean utilizzi per primo la parola “diurno” per parlare di se stesso, e che la usi in quel modo, potrebbe essere il segno che ha capito molto più di quanto sembra sulla vera natura del suo rapporto con Layla. Lei poi la usa per accontentare lui. E così nasce l’equivoco. Ma potrebbe anche essere stato tutto un fraintendimento genuino da parte di Sean. Il ragazzo a volte sente solo quello che vuole sentire, e ci sono dei limiti a quanto un autore può sperare di conoscere i suoi personaggi. Credo.

Ce l’hai uno scrittore preferito?
Ma certo. Tobias Wolff. E Richard Price. Uomini veri.

Il fatto di essere tu una donna ha influenzato il tuo lavoro sul punto di vista di Layla?
Prossima domanda, grazie.

Lo stesso, non ti sembra che lei abbia un punto di vista, beh, molto più maschile che femminile?
Sinceramente? No.

Bugiarda.

Non so che donne frequenti tu, ma dalle mie parti il problema di Layla non sarebbero le parole che usa, né il suo atteggiamento, beh, risoluto di fronte a certe cose.

Hai mai conosciuto qualcuno che si chiamasse davvero Layla? O Sean, già che ci siamo?
Se è per questo, ho conosciuto anche persone che ogni giorno affrontano la vita con nomi quali “Divina”, “Rubina”, “Fanshen”, “Taryn”, “Florinda”, “Roan”, “Justine”, “Aaron” e “Verena”. Tutte nate e cresciute in Italia da almeno un genitore italiano.

E’ difficile contenere i malumori con cui siamo nati.
E’ quello che dico anch’io.

Dimmi qualcosa che ancora non so.
Ho guardato più episodi di “Law and Order – Unità Vittime Speciali” rispetto a chiunque altro sulla faccia del pianeta.

E cosa vuoi, una medaglia?
Touché.

Questo romanzo è autobiografico?
Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa.